(rec.) L'Evoluzione Creatrice di Henri Bergson
| Pubblicato su: | Leonardo, anno V, fasc. 25, pp. 305-307 | ||
| (305-306-307) |
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| Data: | agosto 1907 |

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H. BERGSON. — L'Evolution creatrice. Paris, F. Alcan, 1907.
Il Bergson è uno dei capi della reazione antintellettualista e nonostante ciò finisce col fabbricarsi a poco a poco un sistema completo di filosofia, nel quale non mancherà né la teoria della conoscenza, nè la psicologia, nè la filosofia della natura, nè la metafisica. Infatti il suo famoso Essai sur les données immediates de la conscience (1889) era in gran parte occupato da questioni di metodo, per quanto apparentemente si riferisca al dilemma della libertà e del determinismo — mentre Matière et Memoire (1896) è nello stesso tempo una psicologia e una metafisica, una teoria della coscienza e una teoria della materia. Quest'ultimo libro, l'Evolutiou Creatrice (1907) è invece una filosofia della vita e un principio di metafisica nuova. Ben presto, a quanto lo stesso Bergson mi assicurò quest'inverno, verrà fuori un'opera puramente metafisica, di cui un saggio si può avere in quella famosa Introduction a la Metaphysique ch'è stata considerata il manifesto dei bergsoniani.
Ciò che forma l'unità di tutti questi libri non è tanto un insieme ben organizzato e sistemato di credenze precise quanto le tendenze mentali e le regole di metodo che si ritrovano in ognuno di essi. La critica degli schemi logici, intellettuali, discorsivi che la nostra mente geometrica e pratica vuol imporre per forza al reale mutevole e fuggente nella pura durata — il richiamo all'intuizione e all'azione — il sorpassamento delle vecchie antinomie filosofiche (libertà e determinismo; idealismo e realismo; finalismo e meccanicismo ecc.) — il procedimento suggestivo per mezzo di immagini
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o di richiami poetici e musicali: ecco ciò che si trova in tutto quello che scrive Enrico Bergson.
Anche questo libro è una nuova battaglia contro il razionalismo, contro il platonismo, contro quella filosofia, cioè, che tende a considerare le idee astratte ed i concetti come l'essenza delle cose e come esprimenti la loro vera natura. Il Bergson è divenuto un maestro della scolastica antillettualista: egli riesce così bene ad analizzare e a sottilizzare che finisce per vincere l'intellettualismo con le sue stesse armi.
L'intelligenza, che noi immaginiamo generalmente come la cosa più alta ed universale, non è per lui che un accessorio, un momento, una parte della vera realtà. L'intelligenza si muove bene tra le cose immobili e solide ma non è capace d'internarsi nel movimento incessante e continuamente nuovo del pensiero e della vita. «Notre raison — egli scrive — incurablement présomptueuse, s'imagine posseder par droit de naissance ou par droit de conquète, innés ou appris, tous les éléments essentiels de la connaissance de la vérité. Là même où elle avoue ne pas connaitre l'objet qu'on lui présente, elle croit que son ignorance porte seulement sur la question de savoir quelle est celle de ses categories anciennes qui convient a l'objet nouveau. Dans quel tiroir prèt à s'ouvrir le ferons nous entrer? De quel vètement dejà coupé allons-nous l'habiller? Est-il ceci, ou cela ou autre chose? et «ceci» et «cela» et «autre chose» sont toujours pour nous du dejà conçu, du dejà connu. L'idée que nous pourrions avoir à créer de toutes pièces, pour un objet nouveau, un nouveau concept, peut étre une nouvelle méthode de penser, nous repugne profondement. L'histoire de la philosophie est là, cependant, qui nous montre l'eternel conflit des systèmes, l'impossibilité de faire entrer definitivement le réel dans ces vètements de confection que sont nos concepts tout faits, la necessité de travailler sur mesure........
Platon fut le premier à ériger en theorie que connaitre le reel consiste à lui trouver son Idée, c'est-à dire à le faire entrer dans un cadre préexistant qui serait dejà à notre disposition — comme si nous possédions implicitement la science universelle» (pp. 52-53).
Il Bergson, come si vede, va più in là del Pragmatismo. Riconosce che la nostra conoscenza è utilitaria, pratica, rivolta alla previsione ma nega che noi dobbiamo contentarci soltanto di essa. Egli crede che per mezzo dell'intuizione comunicata coll'aiuto dell'immagine noi possiamo avvicinarci di più al reale e, anche
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non riuscendo a sentirlo tutto, intravederne abbastanza per negare che la pseudorappresentazione che ne dà la scienza sia la sola possibile.
In questo istinto di liberarsi dalle preoccupazioni deduttive e pratiche della mente ragionante sta il grande valere educativo delle opere di Bergson. Io non ho nessuna voglia di riassumere questo ultimo libro — per il quale è pur necessario ripetere sinceramente la solita frase che si tratta di uno di quei libri che non si possono riassumere — ma pure consiglio a tutti coloro che provano ancora una certa voluttà nel pensare le bellissime pagine sull'elan vital, sull'idea di disordine, sull'istinto e sull'intelligenza, sul divenire, nelle quali un poeta delicato e immaginoso si nasconde sotto la redingote del filosofo del College de France.
E certo che pur applicando i metodi e sviluppando le ipotesi del Bergson restano sempre dei misteri. Perchè l'intelligenza, che pure fa parte di questo mondo sempre nuovo e sempre in moto, s'è formata in modo da non poter tener conto che delle ripetizioni e dell'immobilità? E perchè — mistero ancora più straordinario — questa intelligenza così in contrasto colla realtà è ancora il migliore strumento che noi abbiamo trovato per agire sulle cose?
Il Bergson cerca di spiegare questi prodigi ma poi finisce coll'essere lui stesso una prova vivente della necessità e della potenza dell'intelligenza discorsiva poiché egli giunge a delle raffinatezze dialettiche a cui non sono abituati gli intellettualisti. Si dovrà dunque ripetere per l'intellettualismo il vecchio dilemma che Aristotele proponeva per la filosofia?
In ogni modo questo libro del Bergson è degno degli altri suoi e uno dei più belli usciti negli ultimi tempi. William James, subito dopo che l'ebbe letto, mi scrisse che gli sembra la più divina creazione filosofica dopo Platone. Io non sono abbastanza celebre per permettermi tanto entusiasmo ma sono abbastanza intelligente per preferire le complicate e ricche analisi di Bergson agli esercizi di nomenclatura del rompiscatole Socrate.
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